PARMA: UN PALLONE (S)GONFIATO


Da qualche anno a questa parte il Parma Calcio rischia di andare in serie B.

Ricordo Palermo, all’indomani della promozione in serie A: le bandierine rosanero appese in cielo facevano ombra ai palazzi distrutti attorno a Ballarò. Forse toccherà anche a noi, dove da qualche anno la città ha scommesso tutto sul misticismo: apparire, come la Madonna. L’ipotesi che il Parma Calcio finisca in B è grave come un accidente di cui vergognarsi, come i pidocchi (anche se sfoggiamo parassiti che gremiscono i Palazzi). Serie A o ne va della reputazione, apparire o niente beatificazione sui giornali.

Per esempio sono ancora tanti quelli che assolvono Calisto Tanzi (punta di un iceberg che il Polo Nord gli fa una pippa) mica perchè “andava sempre a messa la domenica mattina” o restaurava qualche campanile, ma perchè ha fatto grande il Parma Calcio, ci ha rivelato (di nuovo il misticismo): gli si deve rispetto come si rispetta un mafioso che ti ha dato lavoro. La squadra può andare male quanto vuoi, ma i calciatori son sempre testimonial di aspirazione di vita (vitelloni da bar), sempre ben accetti, sempre ben pagati. E le amministrazioni suonano le campane a martello ad ogni fine campionato affinchè i cittadini si stringano attorno alla squadra… per la salvezza. Dio non basta.

Piccoli amministratori (“meglio essere qualcuno nella tua città che nessuno altrove”, diceva Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma, mica quello attuale, che ne è solo il figlio) occupano poltrone anche in tribuna vip: per 90′  si può sedere a fianco di pezzi grossi, se gioca lo squadrone, e splendere molto più di loro. Son soddisfazioni.

Nella Parma di oggi la malavita non spara, fa compilare gli appositi moduli, pretende camicie stirate e non dà spazio alla seconda classe. Il calcio è una metafora, ecco perchè ci dobbiamo salvare.
Una cosa è certa: viviamo al di sopra delle nostre possibilità da troppo tempo e identifichiamo il nostro stile di vita con il campionato nel quale militano gli scarponi di casa. Ma siamo già in B., l’Italia intera è retrocessa e in un Paese dove il calcio continua ad essere la cultura di popolo ci si ostina a fare tutto, o quasi, con i piedi.


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