QUANDO LA SALMA E’ CHI DICE MESSA

Il parroco dice messa. Più che dirla ripete a memoria. Su di lui pesa l’aggravante di una voce cavernicola, afona, una nenia. Come se non bastasse è un armadio, un sarcofago in abito talare. Sta celebrando un funerale che peggiora con il passare dei minuti. Davanti a lui, in prima fila, inconsolabile, il figlio della defunta. Siamo a Fontanellato, in provincia di Parma. Il prete celebra una liturgia del dolore e ci dà giù di vanga nelle ferite dei familiari, lo fa senza alcuna sensibilità, è un disco rotto che salta, procede per inerzia. Non una parola che sia una, una improvvisazione fuori dal copione retorico e patetico del prete che evidentemente è tagliato per fare altro, non certo per consolare. Di fatto va avanti a testa bassa rimescolando il dolore, celebrandolo e rinnovandolo. A poco, a nulla serve tirare in ballo pezzi grossi come Dio, la vita eterna, la Madonna per lenire con la promessa che un giorno ci ritroveremo tutti (pure questo prete? Campa cavallo!). Dalla navata laterale assisto alla squallida assenza, che vuol dire indifferenza, di questo elemento religioso: ripete messa con slancio che addormenta i muri. Il Cristo in croce, sospeso alle sue spalle, se potesse schiodarsi…
Io osservo e odio: odio questo prete e odio ciò che rappresenta: una distanza tra ciò che dice e ciò che dovrebbe fare, tra ciò che predica e quel che non razzola, tra il suo altare e la gente comune: tra lui e noi un vuoto pieno dell’indifferenza verso il prossimo. Se questa è la Chiesa (poiché non si tratta di un caso isolato) allora belli gli affreschi, la cupola e il campanone, ma non si scegliesse mediatori in playback. La liturgia del dolore prosegue sempre più verso un inferno di banalità, buono solo a rendere anonimo chi non è più tra noi: stando alla pesantezza di questo prete nella bara potrebbe esservi chiunque, ma non lui (peccato, avrebbe avuto un ruolo da protagonista). A spezzare questo drammatico precipitare ci pensa la poesia letta da un amico della donna scomparsa, con lei attore nella stessa compagnia dialettale. La poesia in dialetto ridà senso e vita alla memoria, esalta le virtù umane della donna e compie il miracolo: il dolore alimentato dal parroco si dissolve come d’incanto, infranto dall’applauso liberatore e salvifico, affettuoso e umano dei presenti. A salvarci tutti da questo brutto modo di dare l’ultimo saluto è un lampo umanistico, che Dio, colto da un attacco narcolettico, aveva omesso. E dato il celebrante come dargli torto?
Che si debba morire mi sta anche bene, ma che a benedirti ci sia chi è meno vivo di te mi pare troppo.

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