Piccola cronaca di un debutto per nulla scontato

fondale

Me ne vado sereno verso il plotone d’esecuzione, sbircio dalle quinte il pubblico arrivare, riempire i posti poco alla volta, fino a esaurirli (esauriti già dalle prenotazioni del giorno prima). Lucia viene dietro le quinte, le dico “Ne ho bisogno… dimmi una cosa carina” e lei “Guarda… stavo pensando a Berlusconi… ma che faccia tosta ci vuole per rimettersi in pista…”. Appunto: ribellarsi è cosa giusta.
Eppure arriverà, penso, quel momento che ti attorciglia le budella, ti prende lo stomaco e lo spreme come un pugno di olive. Arriverà. Nicola dice di disporre, qui dietro le quinte, alcune sedie “Facciamo salotto”. Lucia “Sposta tutto, che lì c’è l’uscita di sicurezza”.
Poi silenzio, buio in sala, debutta RIBELLI COME IL SOLE.
8 dicembre 2012, poco dopo le 21,00…

Entro, dico buonasera, ho già sete. Bevo. Ma con cautela: indosso un microfono che se mi suda la guancia mi molla, è astemio d’acqua, non sente ragioni. Loredana (detta anche NonCiSonoProblemiSoloSoluzioni) e Umberto (Luomo Randagio), miei consulenti alla regia, hanno fatto la loro parte: mi han rotto le palle con amorevole diplomazia, con affetto materno e paterno, stilettato con piccoli suggerimenti che, miracolo, non dimenticherò di mettere in pratica. Mi hanno rifugiato nella sicurezza del loro sapere e me l’hanno infilato in tasca.
Il Teatro Europa è per me molto più che un teatro, è uno stato d’animo, è sentirmi a casa. Sei anni fa mi ha ospitato quando ho iniziato questo prolungamento dei miei disegni (dalla solitudine del tavolo da disegno a questa strana solitudine del palco) raccontando le donne partigiane con MEMORIA INDIFFERENTE. Sei anni fa sono stato accolto, sconosciuto venuto dal nulla, come chi condivide la sua casa. E’ stato al piano di sotto, il Ratafià, sala colonica dove si beve, si mangia, si canta, si sta insieme. Oggi sono al primo piano, in teatro: sono passato di livello.

Al Teatro Europa il pubblico vede ogni punto nero della tua pelle, sei praticamente immerso negli spettatori. Ogni faccia ce l’hai stampata sulla tua. Scatto qualche foto, devo rompere il ghiaccio, in qualche modo e poi spiegare ai miei figli chi sono “quelli là” che sono venuti a sentire la storia di Gino detto Soghèt. Ho una battuta pronta: immediatamente guardo nel display le foto scattate, chiedo che intervenga il servizio d’ordine, c’è tra il pubblico una donna con una maglia viola. Poi ingrandisco la foto, guardo meglio: cazzo è mia madre!!! Le costerà diversi cappelletti in più questa ribellione alla scaramanzia.
E’ tempo di parlare di calcio, di quel partitone, undici contro il portiere dimezzato, che si giocò nei borghi di Parma nel 1922. Le donne in sala non sanno che non spiegherò la regola del fuorigioco, ma sono presenti uomini a cui dare di gomito per chiedere spiegazioni.
“Questa è una storia che se facciamo un paragone sportivo, calcistico, si potrebbe dire…” e via che si comincia.
Margherita e William mi hanno passato al setaccio nella consulenza alla parte storica, mi hanno fatto le pulci, mi hanno spidocchiato fino alla radiografia: perchè sono bravi, non si limitano a sapere, perche sanno sentire il loro mestiere.
Nicola, inesauribile coordinatore e con sprezzo del colesterolo, mi ha protetto con una squadra di grandi professionisti: ho l’onore di vivere non solo la loro professionalità ma anche il talento umano di persone come Francesco (maestro delle luci, illuminante), Stefano (musicista e fonico, Harry Potter delle onde sonore), Maurizio (cantautore, lupo solitario, talento vasto come l’Appenino che abita). In scena con me ci sono Enrico e Emanuele, uno la viola l’altro la chitarra, piccoli quanto me, hanno due strade da percorrere contemporaneamente: il pentagramma e il copione, sono a rischio strabismo.
L’occhio elettronico di Pietro riprende tutto, due punti di ripresa, mi restituirà tutto quello che avrò combinato stasera, mi farà sprofondare come quando risenti la tua voce per la prima volta “IO SONO QUELLA ROBA QUI!?!?”
Bevo spesso, piccoli sorsi, ho un microfono intollerante all’acqua, ma eccellente.
Ho un paio di vuoti di memoria, ma ho imparato a controllarmi e ho mille occhi davanti nei quali ritrovare il filo. E vado avanti. E ancora e ancora. Avanti. Disegno e racconto, aspetto e riparto, respiro e rallento. Poi mi siedo, ancora una volta, l’ultima, l’ultimo disegno, quando entra Maurizio e canta la sua (stasera la nostra) “Cronache Scaramantiche”.
Quattro minuti, mentre io dettaglio in punta di penna il muro della Parma su cui una mano scrisse “Balbo t’è pasè l’Atlantic mo miga la Perma”. Fino alla fine, fino al buio. Fino al sospiro.
Il resto è sollievo, il plotone d’esecuzione non ha fatto fuoco. Il fuoco, stasera, scalda e brucia alimentato dall’emozione.

Quando torno a casa sono quasi le 3,00 del mattino, non vedo i miei figli addirittura dalle 17,30, sono tutti lì nel lettone: Anna (mia moglie), Jacopo e Nicolò. Mi infilo nel letto, i bimbi sono caldi come pagnotte perennemente sfornate, Jacopo odora di pasticceria, Nicolò di pane al forno, cerco i loro piedi cicciotti, li annuso, sorrido.
Finalmente sono a casa. Chiudo gli occhi. Buio. Applausi.

 

http://www.ribellicomeilsole.com

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1 Commento

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Una risposta a “Piccola cronaca di un debutto per nulla scontato

  1. Loredana

    Ti dico solo questo: grazie per aver ricordato a tutti, molto chiaramente, che il plauso necessario DEVE essere quello della vita, non quello della scena. La scena è un tramite, uno dei tanti possibili, e va certamente trattata con cura e tanto lavoro. Ma poi l’etica quotidiana deve fare il suo corso, l’attaccamento ai valori e agli affetti deve costruirci fino all’azione. Tu lo ricordi a noi, il profumo dei tuoi bimbi lo ricorda a te.

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