venti5aprile2mila13…

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La storia non si insegna. Si trasmette.
Basterebbe così poco per mollare tutta quella retorica che fa della memoria un argomento soporifero, quelle modalità che sono orgoglio e vanto di accademici barbosi capaci solo di parlare a se stessi (mentre il pubblico in sala crolla sotto sferzate narcolettiche). Istituti storici della Resistenza così fieri di andare nelle scuole e così spogli delle testimonianze dei ragazzi: riempiamo questi archivi con i disegni dei bambini, dei ragazzi, lasciamo che i loro colori (che sono le loro emozioni) dipingano quella lettura che noi adulti siamo capaci solo per elogiare il nostro vanto “di saperla”. Scommettiamo tutto sui bambini o sarà una scommessa persa. E’ così difficile capirlo?
C’è una poesia di Luigi Marchini, il partigiano “Dario”, che denuncia a quale sperpero del patrimonio d’identità eravamo già consegnati:

Vi chiedo perdono compagni, amici, fratelli

o come vi facevate chiamare.

Vi chiedo perdono per quello che io e

gli altri compagni partigiani non abbiamo saputo fare.

Non abbiamo saputo salvarvi dall’oltraggio

che la resistenza diventasse l’argomento resistenza;

che “studiosi” a posteriori scoprissero una resistenza

di fantasia che non era la vera, che

questa ricostruzione della resistenza

diventasse l’immagine comunicata

alle masse popolari, che le forze di

parte si impossessassero e gestissero il

vostro ricordo come uno strumento

qualsiasi di dibattito e di lotta.

Vi chiedo perdono compagni perchè

se oggi vi svegliaste, in nulla della

realtà italiana riconoscereste i

sogni e gli ideali in nome dei quali siete morti.

Dario” l’ha scritta nel 1950. Oggi fioccano dibattiti, convegni, celebrazioni in cui è ricorrente il tema sui “nuovi modi per comunicare la memoria”. Buffo che a far lezione son gli stessi che non solo non sono in grado di applicare questi nuovi modi ma che di mestiere la sanno ma non la sanno trasmettere. Eppure basterebbe molto meno, basterebbe piegare le ginocchia per guardare negli occhi i nostri figli, come ha fatto Ivano Tajetti, amico dell’ANPI Barona di Milano, che scrive “Sono 200 bambini di quinta elementare, dai quattro continenti, non è facile parlare a loro del significato della festa del 25 aprile… Così ho pensato di raccontare a loro una favola..”C’era una volta un Italia nera, il cielo buio… non si vedevano le stelle, non c’era lavoro, non si poteva ne giocare ne studiare, la gente aveva fame, non esistevano diritti, solo doveri, si moriva per cercare LA LIBERTÀ’… ma tante donne e uomini non ne potevano più e allora prima con il pensiero poi con l’azione… sconfiggono il MALE… che si chiama fascismo, nazismo, razzismo. E tutti insieme con tutti i colori, i gialli, i rossi, i verdi, gli azzurri, con tanti sacrifici, con tanto dolore, e anche purtroppo con il regalo del bene più prezioso, LA VITA… costruiscono l’arcobaleno, trovano la LIBERTÀ’, nel cielo si rivedono le stelle e si torna a sperare in un mondo migliore… quel giorno di festa è stato e sempre sarà il 25 aprile”.

Se la memoria emoziona, c’è speranza per lei e per noi.

 

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24 aprile 2013 · 06:05

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