Piccola cronaca di un piccolo tour

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Sono un pessimo viaggiatore. Mio malgrado stavolta è andata diversamente.

Salvo alcune (fondamentali) eccezioni (il debutto milanese nelle Officine Generali ATM del 22 marzo con OFFICINE LIBERTA’ – l’Onda della Madonnina) con Francesco (mastro luciaio), il gruppo di lavoro è sempre stato composto da Stefano (mastro fonico), Cappa (mastro chitarraio) e Nicola (mastro chef). Sono un disegnatore, non un attore, ma la narrazione per immagini si è fatta ormai tridimensionale e lo stupore che abbiamo raccolto sempre (SEMPRE) ad ogni replica, è merito di un lavoro di gruppo. C’è tuttavia un aspetto strano che non potevo considerare, non avendo mai preso parte a una tournée: quando sei così a spasso non hai tempo di decantare il giorno prima, talvolta nemmeno il giorno stesso. Mi riferisco alle tante storie che incontri, storie di persone la cui vita si incrocia con la tua e capisci che vorresti avere molto più tempo per fartela raccontare: penso a al racconto dell’operaio che a cavallo tra anni 50/60 si ritrova con una pistola infilata in bocca da alcuni fascisti in fabbrica; penso alla maestra elementare in pensione che mi chiede che mixer sta usando Stefano e poi mi racconta di come insegnasse scienze, aritmetica, italiano (tutto nel programma di didattica) attraverso lo storyboard, doppiaggio e montaggio cartoni animati e sviluppo foto in camera oscura (i ragazzini facevano la fila per imparare con lei, i colleghi la detestavano!); penso al bullo di terza media che disturba per tutto il tempo dello spettacolo, salvo quando dice “anche mio nonno” quando parlo del mio, morto di cancro; penso all’uomo di 58 anni licenziato con futile pretesto, che fa causa all’azienda, vince il primo grado, il secondo grado ribalta la sentenza, il terzo grado non se lo può permettere, solo in marche da bollo gli verrebbe a costare almeno 6.000 euro e maledice prima Sacconi e poi la Fornero; penso alla ragazzina di terza media che alla fine dello spettacolo è piegata in due e quando tira su la testa ha gli occhi rossi per il pianto… vorrei dirle qualcosa, che la capisco, ma capisco che è un momento in cui non devo interferire; penso a quella signora che per prima al suo paesino s’è presentata in jeans e da tutti era additata come comunista (la era, la è) sovversiva (non la era, ma portava i jeans, quindi la era), che aveva comprati anche una sua amica di famiglia cattolica, ma il rigore dell’educazione non le consentiva di indossare e quindi li ha venduti a questa signora che viaggiava il mondo (d’estate usciva dalle colonne d’Ercole del paesino e andava in città dai parenti); penso a quel teatro inutilizzato voluto dall’amministrazione precedente e lasciato inutilizzato dall’amministrazione attuale per dimostrare che quelli di prima han fatto una cazzata. Son storie comuni, di persone comuni. Son quelle che fanno la storia, che fanno ridere e piangere. Storie come la nostra e non te le ricordi finchè qualcuno non te lo dice in faccia e magari, fra quelle, hai già la prossima storia da raccontare.

PS. nella foto il navigatore della produzione.

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